Ci sono diverse cose che, a seconda dei casi, mi infastidiscono, trovo futili o non capisco nella faida che sta opponendo taxi e Uber nella mia città, Milano.

La prima cosa, che aggrega un po’ tutte e tre le sensazioni (fastidio, futilità e dinamiche strane da comprendere), sta proprio alla base della faccenda ed è una domanda che dovrebbero porsi per primi i guidatori delle auto bianche: perché s’è creato un rapporto così poco fidelizzato, così poco affettuoso, così poco solido tra tassisti e cittadini da far sì che questi ultimi, tendenzialmente, abbiamo finito per simpatizzare e per vedere come speranza di cambiamento e innovazione un servizio – Uber appunto – che è più caro (circa il 20% in più, si stima) e meno pratico (poche auto e scarsa immediatezza nel trovarle disponibili)?
Che in un contesto di crisi economica il simbolo per eccellenza di una battaglia per un nuovo sistema di mobilità urbana finisca per essere un servizio che è più caro del suo competitor, sembra un controsenso.

Non sto con Uber e non sto con i tassisti. Non mi piace prendere posizione per partito preso e per questo spendo del tempo a interrogarmi sul perché di questo apparente controsenso.
Credo sia utile separare il problema dalle soluzioni possibili.
L’utilità, parziale, del ruolo di Uber è stata proprio quella di aver fatto definitivamente emergere un problema più che quella di aver fornito un’alternativa valida.

Partiamo dal problema, anche per tentare di rispondere alla domanda di cui sopra. Già l’analisi del problema credo possa iniziare a dare un senso a quell’apparente controsenso.
In un periodo economicamente difficile, in cui la maggior parte della gente è costretta a fronteggiare rinunce e un certo livello di ingiustizia, i privilegi e le caste, grandi o piccole che siano, suscitano un immediato senso di irritazione.
I tassisti non sono certo il Male Assoluto e tantomeno i responsabili della crisi, ma agli occhi di molti replicano in piccolo i meccanismi difensivi ed arroganti di chi difende un privilegio che, oggi, fatica sempre di più a sembrare giustificato.
Prendiamo, ad esempio, il tema delle licenze. Non è certo privo di fondamento il discorso fatto dalla categoria, sul fatto che negli anni, giusto o sbagliato che sia, s’è creato un sistema di compravendita delle licenze che le ha rese molto care. Chi fa il tassista ha investito molti soldi per acquistarne una e la licenza stessa rappresenterà la sua buonuscita nel momento in cui deciderà di abbandonare l’attività.
Vero, però già questo è un privilegio.
Se io oggi aprissi, per fare un esempio qualsiasi, un ristorante, investirei molti soldi, mi indebiterei e farei diversi sacrifici. E se dopo qualche tempo aprisse vicino a me un altro locale che offre un servizio migliore in termini di qualità o prezzi e la mia attività perdesse di valore perché io non riesco a tenerla al passo, chi mi restituirebbe quei soldi? Nessuno, ovviamente.
Si chiama rischio imprenditoriale.
Quello che si stenta a capire è perché l’investimento del tassista debba essere tutelato a danno di un servizio migliore e più variegato per l’utenza, mentre quello del ristoratore venga lasciato alla mercé delle leggi del mercato.
Tassisti con cui per altro, in passato, s’era cercato di intavolare un discorso che includeva un indennizzo in caso di liberalizzazione. Questione sempre respinta al mittente.

Perché qui in ballo non ci sono solo i soldi, diciamolo, c’è il potere dell’esclusiva.

Potere che si esplicita anche in altre forme: mancata concorrenza e arroganza della lobby, oltre a infastidire chi non è parte, ingenerano una scarsa propensione al miglioramento del servizio. Col culo parato (scusate il francesismo) si sa che la voglia di investire sull’innovazione diventa scarsa. Pochi taxi dotati di POS (e correlato fastidio quando si chiede di pagare con carta), pochi tassisti che parlano l’inglese in maniera decente, poca educazione nel rapporto con la clientela.
Tanto, se vuoi questo tipo di servizio, devi scegliere loro, non ci sono alternative.
E allora avanti con quegli atteggiamenti irritanti, tipo che prenoti un taxi per la mattina alle 6 e questo arriva dieci minuti prima facendo girare allegramente il tassametro, che sali e ti trovi praticamente con il prezzo di una corsa già addebitato in partenza. O le discussioni che ancora ci si trova a dover fare con qualcuno per l’applicazione della tariffa fissa verso certe destinazioni (Malpensa in primis).

Ecco uno dei motivi per cui io, che non ho mai utilizzato Uber, potrei teoricamente preferirlo: scelgo di pagare di più, ma di sapere quanto pago, piuttosto che provare quella sottile sensazione di essere fregato da qualcuno che può agire in maniera arbitraria, ma tutelata, alle mie spalle.

Devo continuare? Pochi di noi, ad esempio, hanno la possibilità di bloccare delle città per giorni interi (e consecutivi) e uscirne impuniti. Loro possono. Loro lo fanno, con l’ulteriore aggravante che sarebbero fornitori di un pubblico servizio. Ma riescono a irridere qualsiasi norma che ne regolamenti gli scioperi.

Anche le ragioni che dovrebbero stare alla base di questo monopolio e che quindi dovrebbero giustificare le restrizioni all’ingresso, francamente, mi appaiono poco sensate e anacronistiche.
Si dice, in questi giorni, che Uber tra le altre cose non garantirebbe i requisiti dei guidatori, mettendo quindi a rischio la qualità del trasporto dei passeggeri e la loro sicurezza.

Al giorno d’oggi credo esistano sistemi di monitoraggio e controllo della qualità del servizio che non richiedono certo un sistema di monopolio o un esame di stato: feedback degli utenti, social network, sistemi di identificazione dei mezzi, appositi corsi a cui sottoporre i guidatori.
Ritengo basterebbero per garantire un servizio adeguato ed eventuali sanzioni per i trasgressori.

E comunque anche su questo tema, è palese la discriminazione tra quello che chiedono i tassisti e quello che avviene in altri settori. Voglio dire, è giusto pretendere la sicurezza di essere scarrozzati in giro da persone che non siano sotto l’effetto di alcol e droghe, ma salire su una macchina non è l’unico momento in cui mettiamo la nostra vita nelle mani di uno sconosciuto.
Esistono altre relazioni tra un utente e un erogatore di servizi che mettono a rischio la salute dei primi, se esercitate in maniera scorretta. Per tornare all’esempio dei ristoranti: lì c’è gente che può intossicarmi se svolge la sua attività in maniera erronea, eppure non mi risulta che esista un numero chiuso di camerieri e cuochi in città: ognuno può esercitare le professioni, dopo aver seguito dei corsi e/o aver fatto pratica.
La pubblica autorità verifica l’esistenza dei requisiti ed esegue controlli periodici. Per il resto sarà il libero mercato e il gradimento degli utenti a decidere se quella persona è in grado o meno di svolgere il mestiere. Cioè, banalizzando: ci sono Tripadvisor, il passaparola e le recensioni dei critici a premiare e castigare, non delle assurde barriere all’ingresso.

Il rifiuto di confrontarsi con il mercato è molto, molto fastidioso. Per fortuna è un meccanismo che sta regredendo nella maggior parte dei settori: telecomunicazioni, energia, treni, aerei.
Solo i tassisti sembrano voler ottusamente resistere, senza mostrare nessun interesse verso il cambiamento e ciò che questo porta inevitabilmente in termini di vantaggi per la clientela. Una volta c’erano le lettere e i postini, ora ci sono le email, una volta potevi comprare i libri solo in libreria, oggi ci sono Amazon e gli ebook.
E’ il progresso, bellezza.
E così come le Poste e i librai, anche i tassisti farebbero bene a imparare ad adattarsi finché sono in tempo, invece di fare muro contro qualcosa, che se non è Uber sarà qualcosa d’altro, ma prima o poi rischierà di travolgerli. Dovrebbero farlo studiando nuovi modelli di business e ritrovando le fila di un rapporto con la clientela, virtuoso e piacevole per entrambi.

E il punto – e qui arriviamo alle soluzioni e al paradossi – è che Uber è più il simbolo della voglia di liberalizzazione che la risposta vera e propria. Le risposte, o insidie se vogliamo chiamarle in tassistese, sono dappertutto.

A Milano, soprattuto, non mancano e sono capillari al punto da rendere quasi sempre inutile, volendo, l’esigenza di utilizzare un taxi. Il bike sharing per gli spostamenti brevi e leggeri, il car sharing per quelli medio lunghi e con bagagli, treni e autobus per raggiungere gli aeroporti, la metro che collega le principali stazioni cittadine. Beh e poi i piedi, strumento che i lettori di questo blog dovrebbero essere ampiamente abituati a utilizzare.

L’altro giorno sono arrivato in Centrale e sono tornato a casa con un auto Enjoy. Spesa: 5 euro, più o meno come la tariffa di partenza di un taxi, quando ancora non ti sei nemmeno mosso dal parcheggio. Quattro volte meno della tariffa che pagavo una volta per l’intero percorso.

Cosa significa? Significa due cose. La prima è che noi utenti possiamo mettere in atto il nostro sciopero silenzioso, che non disturba le vite degli altri e giova alle nostre tasche. Semplicemente, smettiamo di usarli, otto volte su dieci lo si può fare senza che ciò ci arrechi grandi fastidi. Facciamo capire loro con i fatti che ci devono meritare, offrendoci un servizio che sia migliore delle alternative a cui possiamo ricorrere.
La seconda è che loro imparino davvero a essere piccoli imprenditori di se stessi, come un qualunque negoziante o fornitore di servizi, perché il mondo si sta muovendo e li sta lasciando indietro, inesorabilmente.

E finché saranno così stolti da guardare solo il dito – Uber – non si accorgeranno che la Luna – la clientela – sta diventando troppo lontana da raggiungere.