A fine della prima giornata piena in città, ho l’impressione, molto disorientante e curiosa insieme, che Lisbona sia indefinibile, che affiorino caratteristiche di tutte le epoche, di tutte le dominazioni, mutuate dalle migrazioni recenti come dall’entrata nella Comunità Europa, di povertà e d’antica magnificenza, come pure sono evidenti gli scambi marittimi perpetui con le culture esotiche e le reminiscenze autarchiche della dittatura… questo affastellarsi di particolari mi manda in confusione e cancella i cliché piastrellati che, ovviamente, si ritrovano a ogni angolo, ma con un contorno vario al punto da finire infondo alle cose che ho trovato più interessanti.

Scrivere una memoria ordinata dei primi due giorni mi è impossibile: incredibilmente non ricordo la cronologia di quello che ho fatto, l’unica cosa che mi riesce è un elenco di quello che ho notato qua e là, ovvero tutto e il contrario di tutto

La casa dove viviamo è assurda e completamente fuori norma e dubito che sia l’unica da queste parti, eppure è disponibile per soggiorni con il modo più smart che esista; il commercio comprende le grandi catene internazionali, i brand dell’alta moda e una miriade di mini market etnici aperti sempre e riforniti di frutta, tabacco e prodotti confezionati ormai introvabili in Italia dagli anni ’80; la rete elettrica, in certe viuzze, è un groviglio di fili a mezz’aria e vedo spesso buttare le cartacce oltre il marciapiede, come nei paesi del terzo mondo, in attesa che sia la nettezza a ripulire, ma leggo anche avvertimenti di multe severe per chi non fa la raccolta differenziata del vetro; ci sono murales underground e un’area verde di recente architettura e ben curata dedicata allo sport, al wellness e al relax; un vasto skyline moderno è vicino di casa del dedalo della città vecchia; trappole per turisti sono pronte a scattare a ogni angolo, ma si respira anche un autentico fermento culturale alternativo… tant’è: ci è bastato essere un po’ audaci per infilarci in un Centro Sociale che espone installazioni di giovani artisti contemporanei ed essere tra lo sciamannato pubblico di un concerto di chitarra sperimentale in una sorta di stalla infrattata in un cortile interno…

rete elettrica lisbona

Nella scoperta casuale di questo e quello ci avvantaggia la decisione comune di non avere una guida di nessuna sorta, di girovagare e perderci senza prendere i mezzi pubblici, di giorno e di notte, evitando di chiuderci, fossero anche musei, senza fare un programma preciso, cercando di socializzare, di cambiare sempre strada, di trovare alternative libere a quelle a pagamento.

A fare in questo modo, qualcosa si perde ma qualcosa si guadagna. Ad esempio: ci siamo rifiutati di pagare otto euro per affacciarci a vedere il panorama dal Castello di São Jorge. La fortezza è d’impressionante solidità e domina la città, con l’austero fronte merlato, dalla più alta delle sette colline su cui è disegnata la pianta di Lisbona: vale la pena di assaltarla insieme a tutti gli altri turisti, ma, a mio avviso, anche di darsela a gambe prima di rimbambirsi di souvenir e bottigliette squeezable, cappellini parasole, marsupi, borselli, sandali con i calzini, cartine sbatacchianti… per questo abbiamo fatto un giro nel borgo antico, drappeggiato di bouganville e disseminato di alberi di limone, spingendoci fino ai tornelli che blindano il belvedere e poi siamo sdrucciolati giù per le strade lastricate per tornare al nostro girovagare defilato.

lisbona cimitero

E dove abbiamo scovato un osservatorio alternativo sulla città? Nel bellissimo Cimiterio dos Prazeres: Una cittadella dei morti in cui i mausolei dei ricchi, i monumenti dedicati agli illustri e una corte di modeste sepolture si susseguono, ognuno col suo epitaffio, raccontando di questa o quella vita in quattro righe e quattro passi. Viali di brecciolino, cipressi e cappellette: gironzoliamo fino all’ultima schiera e, per curiosità, ci infiliamo ancora un po’ oltre. Finiamo ad appoggiare i gomiti su un muretto. Non siamo altissimi ma la prospettiva segreta è bella. In fondo in fondo si vede un tratto del ponte bruno dell’acquedotto che sparisce nei boschi. Strizzo un occhio e, mirando con l’altro, tento di disegnare il percorso invisibile del ponte: dove sarà il Reservatório da Mãe d’Água das Amoreiras? Forse lo potrò scrivere tra qualche giorno se e quando lo scoveremo.

CHE CI FACCIO QUI?

Nella notte trascorsa avevamo la mezza idea di ascoltare del fado, ma il sospetto di non saper trovare una buona serata, o di farci ingannare da una delle decine e decine di affissioni entusiaste “qui il vero fado portoghese!” abbiamo lasciato scegliere al caso e mentre tiravamo calci a un pallone sgonfio, ci è parso di sentire un ritmo allegro. Avevamo appena girato intorno alla cattedrale e dopo aver drizzato a turno l’orecchio destro e il sinistro abbiamo sollevato il naso: in un appartamento lassù, attraverso le finestre spalancate, balenavano delle figure piroettanti al tempo di un’orchestrina…

Il portone è aperto, ci intrufoliamo un po’ vergognosi, confabuliamo se sia il caso di affrontare lo scalone: una signorona rubizza si affaccia alla balaustra e ci fa segno di salire. Siamo in un dopo lavoro fuori dal tempo disseminato di cimeli e foto ingiallite, con un bar dal lungo bancone in legno massello presidiato da ridanciani volontari che distribuiscono birre e quartini e un grande salone dove una strana varietà di adulti e giovincelli imparano le danze popolari di non si capisce che parte della nazione; quando il maestro da il via attaccano i musicisti e si schierano i ballerini: fanno picchiettare le nacchere, si avvicinano e si allontanano, si scambiano e girano in tondo. Quando finisce il pezzo tornano impettiti e attendono istruzioni. Noi siamo divertiti ma, quando torniamo in strada ci confidiamo che, imbambolati a bordo pista, abbiamo avuto tutti e tre in testa la domanda di Chatwin: “che ci faccio qui?“.

È tardi, la città si è messa in silenzio per quelle poche ore che mancano all’alba e noi abbiamo le cosce e i polpacci di sasso: aggrappati al corrimano facciamo le ultime tre rampe della giornata e ci accasciamo sui letti corti e sfondati nel nostro tugurio, dolce tugurio.

Che sonno incredibile: mi gira in testa il disco della scuola di ballo e s’impasta con il respiro cadenzato dei miei amici addormentati. Li seguo dove sono: no reino dos sonhos.

Il diario di Lisbona torna la prossima settimana!