Prosegue da questo post.

Martedì 21 aprile, pomeriggio, in volo per Milano

VEG & JAZZ

Infine si torna. Il volo è immobile sopra la Spagna. O, almeno, questa è la suggestione. Nel frattempo non sono riuscita a farmi un’idea chiara di Lisbona o dei suoi abitanti, ma ho preso nota e ci penso su.

La notte è chiassosa: le strade disseminate di locali si ingorgano di gente ed è tutto un andirivieni dal bancone alla strada per ordinare e consumare da bere. Noi abbiamo avuto due buoni motivi per evitare gli assembramenti: cercare della ristorazione vegan friendly e scovare del jazz. La prima sera abbiamo assortito una combinazione non troppo fantasiosa: ristorante cinese e Hot Club Portugal, il più noto e longevo jazz club della città. Non che ci mancasse la voglia di essere meno convenzionali nelle scelte, e infatti abbiamo girovagato a lungo, ma, per quello che riguarda il cibo, sembrava davvero impossibile trovare un posto che avesse in menù qualcosa di vegetale oltre alle patatine fritte e, non volendo fare la mossa inaccettabile di ordinare pasta o pizza, abbiamo optato per una soluzione senza infamia e senza lode. Sul jazz, invece, scelta scontata ma vincente: il locale ha risaputamente un buon cartellone e, infatti, non ci delude: ascoltiamo i Malson. Uno dei due sassofoni è Federico Pascucci, un ragazzo di Roma… Giulio si esagita, si emoziona, e quando finiscono compra il cd e si defila per smaltire l’eccitazione. Io mi fermo ancora qualche minuto per fare i complimenti e chiedo dove possiamo andare nei prossimi giorni; ottengo due indirizzi: il Tati e O Bon, o Mau e o Vilao.

Andiamo in pellegrinaggio a entrambi, il primo café ci frega: la jam è stata nel pomeriggio; sul secondo, invece, non cicchiamo: il posto è bellissimo, allestito in un enorme appartamento a pian terreno, l’architettura colonica e il parquet si lasciano contaminare dai murales underground, c’è una grande quantità di poltrone e divani sparsi e di ragazzi accatastati sopra. I musicisti sono bravi e, alle due, chiudono la jam improvvisando sulla mitica colonna sonora del western. Socializziamo fumando nel fresco della notte e poi ci incamminiamo ancora una volta.

Quanto al cibo, nel frattempo, abbiamo scovato un buon posto di cui diventiamo avventori fissi per la cena: Jardim das Cerejas, uno dei rarissimi ristoranti vegani; per nostra fortuna il buffet è economico per il portafoglio, ricco per la varietà di ricette e ci si può servire ad libitum. La padrona del locale è un’indiana trapiantata e parla anche un po’ di italiano: ci accoglie con gentilezza e ci tiene a sapere se da noi si trova più offerta. Più offerta e meno offerte, le spieghiamo. Già: a Milano, soprattutto per chi ha le nostre abitudini alimentari, mangiare cose buone a sazietà per meno di dieci euro è impossibile.

SCOPERTE CASUALI, INGIUSTIZIE E TRAGEDIE SCAMPATE

Dei tre giorni che seguono più un ritaglio di mattinata prima di tornare in aeroporto, posso scrivere ancora di alcune visite tanto casuali quanto entusiasmanti, di un’ingiustizia e di una scampata tragedia.

Prima di partire abbiamo ricevuto un consiglio che ci ha intrigato: visitare il Reservatório da Mãe d’Água das Amoreiras. Pare che nessuno ne sappia granché e, di nuovo, ci incamminiamo dando giusto un’occhiata alla bussola. Per arrivarci e scoprire che dobbiamo rimandare a domani perché è giorno di chiusura, percorriamo la città zigzagando e la gita non è comunque vana. Vagolando ci impiantiamo davanti a un cancellone spalancato sul verde, è il Jardim Botânico Tropical.

giardino piante tropicali lisbona

Io, che cerco da tutta la vita di imparare a riconoscere e a dare a un nome alle piante per essere all’altezza di quella secchiona -anche- di botanica che è -anche- mia mamma, mi esalto: paghiamo tre eurini a testa e ci avventuriamo. Più che di un orto ordinato si tratta di un parco, percorso da viali che si ramificano in sentierini per infrattarsi fin dentro la boscaglia e avvicinarsi agli esemplari più straordinari.

Mi si disvelano cespugli di fiori che ho visto sempre e solo recisi, piante grasse grassissime, alberi centenari che solleticano il cielo con il fogliame verde tenero appena infoltito con la primavera. Riconosco, nelle loro dimensioni reali, gigantesche rispetto a quelle domestiche, il Cactus, l’Euforbia, l’Aloe, il Giglio, la Sterlizia, i Ciclamini, il Ficus Benjamin, la Felce, la Gardenia, la Buganvilla, la Fuxia, il Bambù, il Glicine, il Gelsomino, l’Edera e molte altre di cui mi scervello per ricordare i nomi e -dannazione!- non mi vengono.

giardino lisbona

Dunque ci sono gli alberi, esotici e noti, tra cui alcuni esemplari di straordinaria forma e dimensione, con radici aeree o infestati di rampicanti e liane, con fusti come vulcani o vertiginosamente slanciati. C’è un orto dei frutti di bosco e stagni su cui galleggiano fiori acquatici. Ci sono molti uccelli che svolazzano fischiettando e facendo frusciare chiome e cespugli e molti, molti, molti altri esserini volanti: “Aiutami! Mi aggredisce!”. Giulio si esagita “minacciato” da un bombo. Vorrei spiegargli che non punge, ma mi pare che abbia sopportato abbastanza e che sono abbastanza appagata di flora per concedergli il sollievo di tornare all’aria disabitata d’insetti dell’urbe.

Riprendiamo dunque la strada asfaltata e, prima del tramonto, facciamo in tempo a varcare un altro grande ingresso. In alto leggiamo la scritta ad arco: LX FACTORY. Siamo in un posto tutt’altro che naturale, anzi, siamo addirittura oltre l’era industriale. Si tratta di un complesso di fabbriche dismesse che sono state ristrutturate, tappezzate di stencil e murales e riciclate per ospitare studi d’arte, laboratori, negozi di design, locali e, soprattutto, una gigantesca libreria, che è anche una biblioteca e un bar, dove si può contemporaneamente leggere, studiare, bere e smangiucchiare, fumare, comprare ogni genere letterario, chiacchierare, girovagare in orizzontale e in verticale, salendo su e giù da soppalchi e balaustre di ferro, tra tubi, grate e macchinari rimasti a testimonianza del vecchio uso.

libreria lisbona

È un posto luminoso, vitale, animato e meccanico, di carta e metallo, variamente popolato di studenti e perditempo: chi legge non protesta con chi conversa che non protesta con chi fuma, che non protesta con chi gli passa e gli ripassa accanto alla ricerca di libri, che non protesta con chi ordina un toast, che non protesta con chi gli sposta il piattino per sistemare il portatile. Insomma: ognuno trova il suo spazio e fa quello che gli va. Noi siamo così stupiti che pratichiamo tutte le alternative possibili e usciamo sperando che esista presto un posto così anche a Milano. Alla LX FACTORY fotografo diversi graffiti: un “cappuccetto rosso con mitra” è sospetto di essere un Banksy, ma, come da legge della street art, non c’è firma ad accertarlo.

cappuccetto rosso bansky

È il tramonto e raggiungiamo Federica sul lungo-fiume. È esausta come e più di noi perché, oltre che aver scammellato in lungo e in largo, è stata anche coinvolta in un episodio spiacevole: in un negozio di chincaglierie cinesi è stata accusata di aver rubato. Non l’ha fatto e rovescia la borsa sul banco per dimostrarlo, le commesse insistono e lei, indignata, chiama la polizia, ma la pattuglia non interviene per fatti così poco rilevanti… per l’arma forse! Ma per lei che siccome ha molti tatuaggi e un lobo dilatato alla maniera africana, la carnagione olivastra e gli occhi e i capelli nerissimi come quelli di una magrebina, risulta sempre sospetta ai razzisti, poco raccomandabile ai qualunquisti e minacciosa ai perbenisti… per lei è l’ennesima frustrazione di essere additata nel modo peggiore: non per curiosità -che sarebbe anche legittimo- ma solo per preconcetto.

Ai tavolini di un bar in vista dell’argine ci abbandoniamo sulle sedie da giardino, guardiamo il tramonto arrossire dietro il chilometrico ponte di ferro, i rimorchiatori e i mercantili incrociarsi scivolando sul l’acqua, l’acqua illividire col cielo. Fede ha gli occhi tutti pesti di rimmel spantegato dalle lacrime, Giulio muore di fame e trafuga aperitivi abbandonati dagli avventori spreconi, io faccio coriandoli degli scontrini, piccoli festoni di tovaglioli, fisarmoniche e ventagli con le tovagliette di carta. Abbiamo tutti le gambe molli: “che faccio? Cerco un Uber?”. Il monosillabo in risposta è scontato.

Stay tuned per la prossima puntata! Il Diario di Lisbona torna la prossima settimana. Qui potete leggere il primo episodio, mentre in questo post la seconda parte.