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È rimasta solo una mezza giornata prima di riprendere l’aereo, per un attimo pensiamo se dedicarla ai souvenir ma ci ravvediamo subito: non si parte senza aver visto il Reservatório da Mãe d’Água das Amoreiras! Sgomberiamo la casa dalle nostre carabattole ognuno a modo suo: io piego e impilo e le ricompatto ogni cosa nello zaino, Federica appallottola i vestiti, smina il pavimento da trucchi, foulardini, e ciarpame vario e ficca tutto in un borsone esplosivo, Giulio è pronto in un attimo perché è venuto con poco e, quel poco, non è nemmeno mai uscito dal sacco. Facciamo scattare la porta e siamo un’altra volta per strada.

I miei compagni si orientano e io li seguo pronta a dare qualunque altro genere di contributo che non riguardi la navigazione; ci fermiamo solo qualche minuto perché Giulio s’infili in un bar latteria d’altri tempi dove confezionano paninazzi con la frittata di cipolle che gli commuovono lo stomaco, quindi tiriamo dritto in salita e arriviamo sudaticci alla meta: il Reservatório è un edificio a pianta quasi quadrata di pietra chiara, circondato da un giardino; dentro è fresco e illuminato dalla luce naturale che colpisce i finestroni ad arco alti e stretti che s’intervallano sui due lati. Il resto è come la navata di una chiesa con solide colonne squadrate e alti soffitti composti di volte a crociera ma, al posto del pavimento, c’è l’acqua. Eccoci nel tempio idrico: di fronte a noi una gigantesta formazione calcarea ricoperta di muschio che, nei secoli, ma mano che stillava l’acqua, è diventata sempre più alta: come una cascata pietrificata, simulacro del tempo calcolato in gocce. Ci giriamo intorno, passeggiamo avanti e in dietro sul pontile che arriva fino al centro dello stanzone umido e poi saliamo sul tetto. Una volta c’era una grande piscina all’aperto, oggi resta un terrapieno su cui sedersi con le gambe a penzoloni e da cui affacciarsi per vedere la città orientandosi a turno nei quattro punti cardinali.

lisbona

È con una vista a trecentosessanta gradi che ci riempiamo gli occhi prima di tornare al nostro indirizzo portoghese provvisorio e poi distribuirci ognuno al suo originale. Ci rimettiamo per l’ultima volta in cammino a ritroso verso casa. Arriviamo con un po’ di margine per darci una sciacquata e aspettare l’Uber di turno. Giulio si asserraglia in bagno, Fede si trucca, io sono nullafacente e decido di uscire per comprare qualche cosa da mangiucchiare in volo. Mi avvio con il passo veloce di chi fa quell’ultima commissione col presentimento che sia di troppo e che sarà causa di ritardo.

Appena sono all’aperto provo la strana sensazione che sia Capodanno: c’è puzza di miccette esplose e una certa eccitazione tra la gente. Ho la testa bassa perché sono in discesa e bado a dove metto i piedi, quanto carpisco una conversazione telefonica che mi riscuote: “pronto polizia? Al fuoco! Correte!”. Lascio perdere il porfido e tiro su la testa: a qualche decina di metri, da una finestra spalancata stantuffa un treno di fumo nero. Ci metto qualche secondo ad essere presente, poi mi balena il fotogramma della bombola di gas gigantesca che abbiamo in cucina e mi irrigidisco. Mi giro e, a balzi, torno dentro casa: volo su per le scale anguste e mi attacco al campanello. Quei due, pacifici, prendono tempo: “UNAAATTIMO”. Eh no, un attimo niente: “C’È UN INCENDIO!”. Capiscono, abbandonano divano e tazza e mi vengono dietro acchiappando le borse al volo. E di nuovo scale, e ancora scale.

incendio a lisbona

Quando siamo fuori pericolo ci giriamo e stiamo impalati come tre umarel: arrivano i pompieri, si fanno largo tra la folla e tirano la pompa dell’acqua su per il vicolo; spariscono nell’androncino e, dopo non molto, capiamo che ce l’hanno fatta. Il fumo si sbianchisce e noi dobbiamo andare. Ci incamminiamo incerti, con l’indecisione di chi stenta a convincersi che non c’è più nulla da vedere.

E infatti, di sicuro, c’è ancora molto.

incendio a lisbona pompieri